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Le pagine di
Luciana Serra e Uwe
Wienke |
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Passeggiate archeologiche nel Sinis
(Oristano, Sardegna)
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Ritorno al Sinis (1988)
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di Luciana Serra
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Un pescatore-poeta di Putzu Idu scrive:
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"In quest'amena isoletta
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"vi prego, ragazzi,
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"non portate suoni stranieri.
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"I gabbiani chiassano
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"e fruscia, appena, il vento.
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"Le onde s'infrangono
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"con lieto fragore:
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"questa è la sua musica." (1)
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Il poeta sente che il suo mondo sta per
scomparire e con esso, in quanto pescatore,
anche la sua fonte di sostentamento. E certo
non per nostalgia del passato, quanto per
voglia di futuro, affinché i beni naturali,
patrimonio nostro e di chi verrà, continuino
ad esserci.
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A Su Pallosu, estremo lembo del Sinis di San
Vero Milis, avevo sentito prepotentemente il
desiderio di fermarmi presso i pescatori;
vivere la loro essenzialità senza fronzoli,
alzarmi all'alba perché vedere il levarsi del
sole è già uno scopo di vita. Avevo avvertito
la necessità di fermarmi tra questa gente e
raccogliere testimonianze sulla loro
esistenza, sul loro modo di vivere. Seguendo
d'istinto questo mio desiderio avevo chiesto
in giro, a Putzu Idu, pochi chilometri più
avanti, per una stanza da prendere in affitto.
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Mi furono offerte varie case di diverse
dimensioni, tra le quali una specie di villa
in cemento armato, proprietà di un signore di
Milano. Non ricordavo tutto quel cemento
buttato a tonnellate su quella costa, quelle
case di vacanze sorte come funghi nel giro di
pochi anni, agglomerati costruiti senza nessun
criterio, a pochi passi dal mare, dalle
lagune, dalle dune. Mi chiedevo chi poteva
aver autorizzato scempi simili e come potevano
smaltire liquami e immondizie che l'arrivo in
massa di popoli di vacanzieri immancabilmente
comporta. Infatti questi agglomerati non sono
serviti da nessun genere di infrastrutture:
gli scarichi delle case, senza subirrigazione,
senza fosse settiche, finiscono tragicamente
in mare. Irriconoscibile quel lembo sardo per
chi, come me, ha occasione di ritornare di
tanto in tanto nella propria terra d'origine;
ma anche per chi, come i pescatori, vivono e
campano della risorsa marina.
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Quella mattina ero uscita poco prima del
sorgere del sole e avevo raggiunto il
Villaggio dei Pescatori. Avevo osservato le
baracche costruite con ogni sorta di materiale
su una lingua di terra protesa tra il mare
aperto e le pozze d'acqua gremite di
fenicotteri rosa. Abitazioni realizzate con
materiali riciclati tra i più disparati,
facili prede dei venti, delle tempeste e delle
mareggiate. Precari ripari di gente operosa
che vive con e nella natura. Alla vista di
quelle capanne avevo facilmente profetizzato
che coloro i quali avevano autorizzato
l'edificazione selvaggia di case di vacanze,
avrebbero ben presto ordinato la demolizione
di quelle capanne, considerandole "indecenti".
Così è stato: nemmeno due anni dopo quel
villaggio spontaneo è stato raso al suolo e al
suo posto oggi sorge una orrenda struttura
alberghiera per ospiti paganti.
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Avevo camminato lungo la spiaggia deserta e
ritrovato frammenti della mia identità che
credevo irrecuperabili. Il mare ritirava le
sue lunghe onde placide lasciando la sabbia
compatta dove i miei piedi affondavano: poi
l'onda, paziente, cancellava le mie impronte,
quasi a cancellare, con il suo, il passaggio
umano.
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La sera prima, e parte della notte, il
maestrale aveva spazzato la costa fischiando
furiosamente. Cercavo di immaginare, forse
intellettualizzandolo, il rapporto tra il
mare, il vento, la campagna e i pescatori che
vivono a diretto contatto con questi elementi.
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Ma subito dopo ero tornata ad osservare le
case di vacanza che i turisti di mezza Italia
hanno costruito lungo le coste di Putzu Idu,
quasi inglobando il sito ove sorgeva il
Villaggio dei Pescatori. Case disabitate in
questa stagione, ma che in estate accolgono
torme di gente abituata a considerare la
natura come un oggetto di consumo, alla
stregua di un fazzoletto igienico che poi si
getta. L'orizzonte letteralmente ostruito da
case costruite nei più svariati stili e
materiali, mi aveva provocato un senso di
tristezza, e le porte sbarrate di queste
inviolabili proprietà accentuarono il mio
stato d'animo.
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Passeggiando, più tardi, nel corso di quella
stessa giornata, sulle rive degli stagni
avevo potuto scoprire le tracce più
appariscenti di quel proliferare turistico:
sul terreno acquitrinoso occhieggiavano
rigurgiti di plastiche e rifiuti d'ogni tipo,
non escluse batterie di varie dimensioni. La
leggera brezza di quel giorno soffiava, verso
la riva degli stagni, grigi sbuffi di schiume
sospette; forse effetto di un qualche
detersivo che, sì, lava più bianco che può ma
che, inesorabilmente, uccide la vita in quegli
specchi d'acqua salmastra.
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Vidi anche un campo arato e mi chiesi se il
contadino non avesse per caso seminato
bottiglie di plastica; infatti sporgevano dal
terreno brandelli di quella sostanza e
punteggiavano, con la loro inquietante
presenza, la distesa di zolle brune laddove la
natura paludosa di quei luoghi diventa più
solida.
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Più tardi, al bar, avevo bevuto vernaccia con
i pescatori. Accolsi pertanto le loro paure e
lamentele. Mi elencarono le varie forme di
degrado che avevano potuto osservare nel corso
degli ultimi anni, avvisaglie di un degrado
ben maggiore. - Putzu Idu - mi disse uno di
loro, - solo fino a sei anni fa, era un
piccolo agglomerato di case, sei, sette, non
di più, modeste e senza pretese. Ora si avvia
a diventare un grosso centro turistico, con
esigenze di infrastrutture sempre maggiori.
Non avevo forse visto gli scarichi di fogne a
cielo aperto discendere verso il mare? O gli
immondezzai intorno agli stagni? E non avevo
notato come stavano riducendo il Sinis?
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Mi ricordò di come, vent'anni prima, i
contadini assumessero delle donne per la
periodica estirpazione della gramigna. Un
lavoro faticoso che si faceva a mano e che
pertanto rispettava il suolo.
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"Oggi invece usano diserbanti chimici e la
gramigna è sparita del tutto. E i concimi? E i
pesticidi? Tutti prodotti dell'industria
chimica che qui non abbiamo. E sai dove vanno
a finire tutti questi veleni? Nello stagno e
nel mare da dove noi ricaviamo il nostro
lavoro e quindi la nostra stessa
sopravvivenza."
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Il pescatore scuoteva la testa. Intanto
attorno si era andato formando un gruppo di
altri pescatori e, con mia soddisfazione, ne
nacque una discussione animata.
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"Ma
cosa possiamo fare noi?" - stava dicendo uno
di loro rivolto al vecchio pescatore. - "Già
abbiamo una vita dura. Ormai non siamo più in
molti a lottare per guadagnarci il pane in
questo modo. Certo hai ragione. A queste cose
non ci avevo mai pensato, ma è vero quello che
dici."
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Un altro aggiunse un po’ aggressivamente:
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"Tu però questi discorsi non li devi fare a
noi, ma ai contadini. Loro prendono i sussidi
dalla Regione e dalla C.E.E.. Si comprano i
più grossi trattori, hanno la casa in paese e
non vivono certo in baracche come noi. Falli a
loro questi discorsi, visto che sono loro a
inquinare!"
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"Non solo a loro, anche ai turisti!" Ebbe a
dire un altro.
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L'anziano pescatore continuava a scuotere la
testa sconsolato e quindi disse quasi
sottovoce:
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"Ogni estate è una baraonda. Eppure per molti
di noi vuol dire ritrovarci con qualche soldo
in tasca: i turisti comprano il nostro pesce.
Dobbiamo pur vivere, no? Anche il proprietario
di questo bar non vivrebbe se non ci fossero i
bagnanti."
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La discussione si era fatta sempre più accesa
e cominciavano a delinearsi problemi di
categoria:
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".......a me, se una burrasca mi distrugge le
reti mi tocca digiunare intere stagioni. Un
nostro compagno ha avuto la barca danneggiata
da una tempesta: venti milioni di danni! E
nessuno ci dà mai nulla. Però, quando il
contadino perde il raccolto per la siccità o
per la grandine, interviene lo Stato, e lui
vive bene lo stesso!"
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Io cercai di riportare il discorso
sull'inquinamento e l'anziano pescatore parlò
ancora:
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"Mio nonno era contadino. Mi raccontava che
una volta c'era un altro sistema: due anni di
pascolo e due anni di coltivazione, così la
terra non si sfruttava troppo, le bestie
avevano da mangiare e non bisognava concimare
con i veleni."
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"Il pesce scarseggia?" Domandai.
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"No. Di pesce il mare ne dà ancora molto. Ma
noi abbiamo tante leggi da osservare. In
questa stagione, per esempio, siamo fermi. La
pesca delle aragoste è proibita fino alla
prossima primavera, e questo è certo giusto
perché cosi si permette la loro riproduzione.
Adesso ci dobbiamo accontentare dei ricci che
rivendiamo lungo le strade, tremanti di freddo
perché per prenderli entriamo in acqua e
stiamo a mollo per molte ore. I contadini
invece non hanno proibizioni. Loro ci
guadagnano sia che facciano il raccolto, sia
che lo perdano"
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Quest'ultima osservazione mi riportò alla
mente le condizioni in cui versa la penisola
del Sinis. Ripensai ai "cuccurus" spianati dai
trattori. Quello che una volta era un colle
ricco di macchia, con in cima i resti di
qualche nuraghe, oggi è una leggera
protuberanza del suolo uniformemente coltivata
a grano.
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Gli aratri frantumano cocci ceramici nuragici,
manufatti preistorici d'ossidiana e antiche
pietre tombali. Monti Prama, che deve il suo
nome alle palme nane che una volta vi
crescevano in abbondanza, è periodicamente
sconvolto dalle arature e sui suoi pendii non
si trova più nemmeno una palma. Le piogge
asportano l'humus che, in alcuni punti, non
raggiunge i trenta cm. di spessore. Il vento
sgretola e si porta via i fianchi delle
colline coltivate, non più protette dalla
vegetazione. A Cabras qualcuno dice che molti
dei campi dissodati dai contadini sono
abusivi: ma che significato può avere tale
affermazione in un paese dove l'abusivismo è
una regola di vita? Presso la città
punico-romana di Tharros sorgevano i casotti
dei villeggianti locali, naturalmente abusivi;
qualche tempo fa furono rasi al suolo, ma
venne permesso agli stessi villeggianti di
murare gli interni delle tipiche capanne di
frasche che una volta erano usate dai
pescatori, e, allo stesso modo, si permette di
costruire a San Giovanni, sempre sulla costa,
degli orrori di case a pochi passi dal mare.
Uno scempio che, senza nessuna giustificazione
plausibile, qualcuno osa chiamare
"architettura spontanea", solo perché a
costruire sono gli abitanti della zona, senza
l'ausilio di un progetto definito e usando dei
materiali di recupero, sia mattoni forati,
pietre o cemento, a volte con intonachi altre
volte con lamiere ondulate, mentre ai più
facoltosi di questi costruttori si consentono
edifici a più piani, a perpetuo sfregio della
bellezza di quei luoghi.
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E' stato davvero sconvolgente scoprire la
distruzione di un intero insediamento
neolitico che, meno di sei anni prima, avevamo
fotografato e notato sui nostri appunti
archeologici (2). L'aratura del sito ha
disperso tutto nel giro di pochi anni. Il
materiale archeologico, frantumato, è stato
ammucchiato ai bordi di una strada sterrata,
appena tracciata, per permettere ai mostruosi
trattori di raggiungere la nuova zona di
coltivazione. Parlai di questo con alcuni
archeologi che però sorrisero davanti alla
mia ingenua pretesa di denunciare il fatto
alla Soprintendenza. Infatti sapevano
perfettamente quanto sarebbe stato inutile.
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E' molto più importante qualche brandello di
zona coltivabile che le testimonianze della
nostra storia passata. E molto più importanti
sono i pochi quintali di grano ricavati che
tutte le considerazioni ecologiche.
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I miei amici pescatori commentavano e
discutevano intorno agli argomenti che una
sarda emigrata come me aveva loro proposto,
quando cominciarono ad arrivare i gitanti
domenicali. Erano "i cittadini", per lo più
provenienti da Oristano. Parcheggiavano le
loro automobili come e dove capitava, persino
sui bordi degli stagni, a ridosso delle
baracche di Su Pallosu. Venivano a comprare i
ricci marini e ad osservare i fenicotteri che,
al largo, sprofondavano il lungo collo
sott'acqua e parevano pennellate di rosa
sull'argento dell'acqua. Alcuni di loro,
armati di macchina fotografica, lanciavano
pietre contro le colonie di uccelli per farli
levare in volo e riprenderli, alcuni pescatori
erano dovuti intervenire per farli smettere.
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Il bar s'era in breve riempito di rumorosi
gitanti: non si poteva pertanto più discutere.
Molti di questi invasori sono anche dei
cacciatori che vengono a ristorarsi dopo aver
battuto in lungo e in largo le campagne dei
dintorni. Quella mattina li avevo visti
all'opera quei signori. Avevo potuto
osservarli avanzare a schiera tra i lentischi,
con i fucili spianati, in una zona ancora
risparmiata dagli aratri, pronti a far fuoco
su qualunque preda fosse apparsa ai loro
occhi: fosse anche solo un'allodoletta. Ancora
una volta mi tornarono in mente alcuni versi
del poeta-pescatore:
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"Settantamila fucili
-
"hanno fatto strage di selvaggina,
-
"all'alba di domenica.
-
"E adesso?
-
"Com'è muta la campagna,
-
"non sembra vera questa tristezza:
-
"l'incoscienza di molti
-
"ha prevalso ancora
-
"sulla ragione di pochi. "(3)
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I gitanti sciamavano in giro, per ogni dove,
e il loro clamore portava i fenicotteri ad
allontanarsi sempre più dalle rive, a
raggrupparsi in mezzo agli stagni come
cercando una qualche protezione stringendosi
gli uni agli altri. Mi attendevo, da un
momento all'altro, di vederli levarsi in
volo e scomparire all'orizzonte.
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A sera i gitanti domenicali ripartirono
sulle loro auto rombanti e il loro passaggio
non poteva che lasciare le solite tracce
devastatrici: lattine di coca cola
galleggiavano sulle acque ferme come fossero
uccellini rossi di metallo che, più tardi,
il fondo melmoso, cementerà nel suo seno a
testimonianza di un'altra domenica a Su Pallosu.
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Al tramonto mi addentrai un'ultima volta tra
le colline del Sinis. Volevo salutare i
massi silenziosi dei nuraghi di cui conosco
nomi e dimensioni, per averli studiati nel
corso di dieci lunghi anni, quando ancora la
penisola non era del tutto devastata. Parlai
con un contadino che si accingeva a
rientrare a casa, gli chiesi di poter
visitare il nuraghe che sorge sulla sua
proprietà. Acconsentì pieno di curiosità
divertita:
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"Sono solo quattro sassi." disse col tono di
uno che nota una stravaganza. Lo guardai da
vicino questo lavoratore della terra, le cui
mani producono ortaggi e grano, ma che con
le stesse, inconsapevole come un torrente in
piena, sparge al suolo veleni che un
selvaggio progresso gli ha fornito senza
grandi spiegazioni. E dopo aver arato con il
potente trattore che la moderna tecnologia
sforna a rotazione, anche l'ultimo
fazzoletto di terra, se ne torna a casa
sereno e senza dubbi, convinto di aver
svolto bene il suo lavoro. Avrei voluto
parlargli, così come avevo fatto con i
pescatori, ma non mi avrebbe capita e
avrebbe preso le mie parole come una
ulteriore stravaganza. O forse mi avrebbe
anche capita, se solo avesse avuto più
tempo. Ma era impaziente di ritornare a casa
e al suo meritato riposo.
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La
distruzione continua sistematicamente,
giorno dopo giorno, metro dopo metro. Anche
le alture più impervie vengono aggredite dai
giganteschi trattori. Forse quando anche
l'ultimo centimetro dei 130 km. quadrati
della penisola del Sinis sarà spianato, e il
vento avrà gettato nello stagno il manto di
terra, sottile e vulnerabile, che poggia
direttamente sulla roccia, quando l'uso
indiscriminato di diserbanti e di
insetticidi avrà definitivamente reso acido
il suolo e le falde freatiche e quando lo
stagno e i consimili specchi d'acqua
saranno un immenso fangaio che inaridirà
progressivamente, forse, solo allora, lo
scempio si fermerà. E probabilmente ci si
potrà vantare di possedere l'unico deserto
europeo. Forse i fenicotteri se ne andranno
per sempre, stanchi di essere atterriti dai
selvaggi villeggianti. Le spiagge
continueranno ad essere gremite in estate e
spopolate in inverno, quando è possibile
calcolare la consistenza delle lunghe scie
di plastiche e di rifiuti che il mare, con
le sue onde orlate di schiume da detersivo,
farà altalenare incessantemente: ci resterà
l'inverno che crudamente mette in mostra
ogni follia estiva e la conserva, la
custodisce per mostrarla a chi ha occhi per
vedere.
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In questa regione il WWF vorrebbe creare un
parco naturale. Sono anni che se ne parla,
ma la sua realizzazione cozza contro
interessi economici troppo importanti per
questo lembo di Sardegna, e prima che tale
progetto venga attuato i fenicotteri saranno
partiti per sempre e, con essi, anche le
altre specie migratorie che cercheranno
altrove luoghi più idonei, sempre più
difficili da trovare. Esattamente così come
sparirono da queste coste le foche monache.
Così come scompaiono gli insediamenti
preistorici del Sinis, luoghi che, dopo aver
subito per anni la devastante profanazione
da parte di bande di cercatori di tesori,
conoscono ora l'oltraggio ultimo: una sorta
di feroce e ingiustificata agricoltura che
ha come unico effetto la totale distruzione
dell'ecosistema di questo territorio.
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Questo è il secolo delle contraddizioni,
dell'iperinformazione, del consumismo e del
benessere a tutti i costi, ma è soprattutto
il secolo in cui l'uomo ha dimostrato a sé
stesso che può riuscire a distruggere il
pianeta.
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Lasciando il Sinis, luogo a lungo sognato
nei miei anni di permanenza all'estero,
ancora una volta non potei fare a meno di
pensare che l'uomo è il più stupido e
presuntuoso animale che popola il Pianeta: è
infatti il solo che sistematicamente
distrugge il suo habitat. E questa
riflessione non riguarda unicamente i miei
luoghi natali, ma tutto il mondo.
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(1) Taccuino Sardo di Renzo Perra
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(2) Passeggiate Archeologiche nel Sinis di
Uwe Wienke e Luciana Serra
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(3) Taccuino Sardo di Renzo Perra
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Basilea, febbraio 1988/Perugia,
aprile 1995/ls
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©Uwe Wienke
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Le pagine
contengono |
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Passeggiate archeologiche nel Sinis |
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